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Sempre più spesso si rivolgono a me mamme in difficoltà nel rapporto con la scuola dei propri figli, difficoltà che, se pur di diversa natura, si trovano unite da un comune senso di disagio e inadeguatezza che contrasta con un assunto da sempre considerato molto importante per la didattica, ossia il “continuum educativo” tanto raccomandato da John Dewey già tra la fine dell’800 e nel secolo scorso.
Il processo educativo e il processo di apprendimento rappresentano due facce della stessa medaglia e raggiungono la loro massima potenzialità proprio quando i due principali responsabili, ossia la famiglia e la scuola, percorrono un viaggio insieme.
Nella mia esperienza di madre e pedagogista posso affermare che questa corrispondenza è oggi messa a dura prova, forse perchè le relazioni, che da sempre rappresentano l’elemento chiave per un buon sviluppo della persona in tutte le sue dimensioni, non vengono curate come necessitano e ciò risulta sempre più evidente.
Si rischia di creare una vera e propria forbice che allontana sempre di più le due istituzioni che invece, dovrebbero ritrovare quel dialogo e quei linguaggi comuni funzionali ad uno sviluppo orientato e armonico. Questo non garantisce alcun successo scolastico, nè tanto meno educativo, poichè si tratta di un viaggio lungo e faticoso ma proprio per questo entusiasmante. Ma perchè possa essere tale, è fondamentale un agire comune, che possa fornire determinazioni e orientamenti a sostegno dell’esperienza educativa e formativa.
Tutto quanto sopra va letto alla luce della instabilità, delle incertezze, delle involuzioni, delle interruzioni e della complessità che caratterizzano questo viaggio, ed è proprio per questo che, come già fecero gli antichi, è necessario ricercare un metodo. Ora, consapevoli che un metodo infallibile non esiste, è però necessario fare delle scelte educative, assumersi le responsabilità delle stesse e procedere secondo le proiezioni che ne derivano, sempre alla luce della flessibilità.
E’ doveroso parlare di flessibilità perchè l’oggetto di studio è la persona che, per sua natura, è flessibile. Flessibilità sempre più assente soprattutto a scuola, anche nella didattica, assenza che favorisce comportamenti inadeguati, incomprensioni, allontanamenti.
Avrebbe valore spendere del tempo per capire cosa c’è dietro ai comportamenti giudicati disfunzionali dalla scuola e incomprensibili dalla famiglia, poichè dietro a questi comportamenti, quando è esclusa una patologia certificata, c’è sempre un problema relazionale e ambientale che vale la pena di approfondire, poichè a volte bastano piccoli cambiamenti per ottenere grandi risultati.
Vi racconto una storia, la storia di una bambina che va a scuola come tanti altri bambini… una scuola in Italia, dove sicuramente si vivono molte difficoltà ma dove sono convinta che manchi la cosa più importante…
Ci si lamenta dei tagli alla scuola, delle difficoltà economiche e quindi delle poche risorse a disposizione dei docenti per svolgere al meglio il loro lavoro, ma dove c’è bisogno solo di attenzione, cura, relazione, che non richiedono risorse materiali ma solo professionalità e amore per il proprio lavoro, anche questo non c’è…
E allora viene spontaneo chiedersi se forse non sia il caso di fare una riflessione rispetto quanto sia ormai costume diffuso lamentarsi di ciò che non c’è per non impegnarsi a sviluppare, approfondire e accrescere quanto dovrebbe esserci…
Succede in una scuola italiana che in una classe di quarta elementare nascano problemi relazionali tra bambini di 9 anni. Una bambina in particolare si scontra verbalmente per vari motivi con un altro bambino, nascono discussioni che portano alla nascita di piccole fazioni e che vedono contrapposti gli uni gli altri. Le insegnanti non solo non prestano attenzione all’aspetto più importante del loro lavoro, la relazione, ma contribuiscono ad alimentare la situazione diffondendo messaggi di competizione che fomentano ingiustizie, prepotenze e atteggiamenti di arroganza, che con tanta fatica si cerca di non trasmettere.
Questa bambina inizia ad inviare messaggi di malessere, si lamenta… ma poi piange… ma poi smette di mangiare a scuola e poco anche a casa… ma poi non vuole più studiare… ma poi non vuole fare i compiti… ma poi non dorme la notte… ma poi dimagrisce.
E la scuola?
Un giorno, in uscita dalla stessa scuola, viene presa per un braccio e strattonata dalla mamma di questo compagno che decide, chissà per quale suo metodo pedagogico, di sgridare questa bambina perché non lascia stare suo figlio,urlando contro di lei, dicendole parolacce e minacciando lei e la mamma che in quel mentre interviene e finalmente inizia a capire cosa stesse capitando alla figlia. Succede che questa bambina vive nel terrore di incrociare nuovamente questa madre per paura di essere aggredita.
E la scuola?
Ora, per concludere la storia vi posso dire che, con grandi difficoltà e impegno da parte della famiglia, questa bambina sta meglio, non ha ancora superato un vissuto così pesante che per molti mesi e forse di più si era trascinata nella solitudine del suo silenzio, ma questo è ciò che succede in una scuola italiana, in una classe italiana di quarta elementare.
Indipendentemente dai torti e dalle ragioni, io credo che se una bambina di 9 anni manifesta tutto questo malessere, se vogliamo cercare una colpa , se dobbiamo fare un commento… la responsabilità è sempre dell’adulto.
Voglio concludere dicendo che abbiamo letto tutti I ragazzi della via Pal, storie che ci hanno fatto crescere… e abbiamo imparato che dietro a certe dinamiche fisiologiche tra bambini dobbiamo leggere il senso di amicizia, di lealtà e di giustizia.
Sappiamo che in età 6-10 anni si struttura lo sviluppo morale, la socialità diventa importante e così l’interiorizzazione e l’accettazione delle regole. Se in questo momento manca l’adulto, viene a mancare il metro che fornisce la misura e trasmette i parametri lungo i quali tutto questo deve prendere forma. E se i bambini e i loro bisogni non vengono percepiti, accolti, ascoltati e soprattutto mediati dalle persone che vivono con loro otto ore tutti i giorni, e che, oltre ad occuparsi dell’aspetto didattico in senso stretto, si devono prima di tutto dedicare all’ Educazione, significa che la scuola ha fallito.
Significa che il vero problema della scuola non sono le risorse economiche ma quelle umane… e questo è molto grave.
P.S. Quanto sopra naturalmente non vuole essere una denuncia rispetto il corpo docente italiano che per fortuna gode della presenza di molte figure, professionali e competenti ma racconta la storia di una bambina, una scuola, una classe e due insegnanti.